Catàmmari catàmmari nel fondo del pozzo Isbn: 979-12-5973-315-3

Autore : Angela Rosauro
Anno di produzione : 2022
Casa Editrice : PAV Edizioni
Genere letterario : Narrativa - Drammatico sociale
Formato : Ebook, Cartaceo
Quarta di copertina
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Capitolo primo


«La mafia ha scelto me, mentre “Eleftheria” l’ho voluta io» rispose pacatamente.
«Questo significa che il suo fronte di lotta unico è la difesa delle donne?» chiese ancora il giornalista tenendo alto il microfono mentre il cameraman cambiava inquadratura. Rosamaria osservò virare la macchina finché non ebbe proprio di fronte la lucina rossa accesa che indicava la diretta.
«Credo che la violenza sulle donne sia un tema che meriti molto di più del mio impegno personale» rispose con tono misurato lasciando del tutto insoddisfatto il giornalista intento da un po’ a strapparle con fatica qualche parola.
«Quindi le ultime azioni di “Eleftheria “, se abbiamo capito bene, non le faranno deporre le armi? La guerra alla mafia la vedrà ancora impegnata?» insistette caparbiamente. La donna lo guardò intensamente, i suoi grandi occhi neri lo scrutarono fin dentro le viscere poi volgendo lo sguardo alla piccola lucina rossa, fece:
«La mafia mi dichiarò guerra dieci anni fa, io ho solo provato a difendermi…» Non terminò, tornò a guardarlo con i suoi occhi tristi senza aggiungere altro, il giovane cronista in grande imbarazzo concluse in fretta il servizio tirando un sospiro di sollievo.
«La ringrazio, anche se devo ammettere che non mi ha reso le cose facili…del resto mi avevano avvertito che lei è un osso duro!» La salutò con un sorriso di circostanza porgendole la mano. La donna lo fissò nuovamente per qualche istante, il volto era offuscato da un velo di mestizia che, pensò il giornalista, mal si accordava al quel personaggio, capace invece di esprimere una forza dirompente nelle campagne di lotta e di resistenza. Non si capacitava.
«Mi dispiace… non posso aiutarla. Sa, ci ho messo quarant’anni per diventare così». Lo salutò accennando un breve sorriso e con passo lieve si allontanò per raggiungere gli altri.
«Dottoressa Cecere?»
Si voltò a cercare tra la folla la voce di donna che l’aveva chiamata finché non scorse una piccola ragazza bionda: teneva ben stretta la sua cartellina al petto come gli scolari il proprio quaderno.
«Sì?» rispose fermandosi. Man mano che l’esile figuretta si avvicinava il volto della donna sbiancò fino a impallidire. La osservò a lungo, lentamente ne assorbiva le forme, ne considerava le proporzioni, era come se accarezzasse con lo sguardo quei capelli fini e poi le ossute spalle e poi di nuovo dentro gli occhi a cercarne la profondità. O la familiarità.
«Piacere Armanda Consili, lavoro per il gruppo Abele, la seguo da tempo…ho grande ammirazione per lei e per il suo impegno…pensavo, se fosse possibile, certo non ora, mi concederebbe un’intervista?» le chiese timidamente continuando a stringere la sua cartellina con entrambe le braccia.
«Mah, non so…perché?» chiese la donna scrutandola attentamente.
«Perché tante persone vorrebbero sapere di lei, di com’è cominciata, se è stato difficile, quanto le è costato in termini di scelte personali…»
«Lei è sicura che vogliano sapere?» la interruppe brusca e alla giovane sembrò che la voce, fin lì piana e rotonda, si fosse d’un tratto e inspiegabilmente alterata come incrinata, diventando quasi aspra. La donna le stava ritta innanzi, immobile in una posa altera, il mento in su e lo sguardo fermo e dritto nei suoi occhi; per il tempo brevissimo di qualche secondo la giovane giornalista avvertì la vertigine di quello sguardo, un lampo appena che, trapassandola come materia inconsistente, inseguiva propri fantasmi, annaspando tra ricordi e visioni visibili solo a quegli occhi.
Ma che ha? Sembra abbia visto un fantasma! Forse ho detto una stronzata…pensò mortificata mentre un tizio con una ingolfatissima cartella di lavoro accostatosi le interruppe con un sorriso, disse qualcosa sottovoce all’orecchio della donna che prima annuì con brevi cenni del capo poi, porgendole la mano, fece:
«Giovedì mattina, va bene?»
«Sì, certo…a che ora?» si affrettò ad aggiungere incredula.
«Alle dieci? Allora a giovedì». Si girò e si allontanò.
Il giovedì mattina Armanda si trovò fuori la sede dell’associazione Eleftheria con largo anticipo, non si sarebbe mai perdonata se fosse arrivata in ritardo a quell’appuntamento, era il suo primo vero servizio importante e voleva farlo bene, sin dall’inizio. Si era preparata a lungo, aveva appuntato una serie di domande e aveva con sé la macchina fotografica: non era una gran fotografa ma per quell’articolo sarebbero bastate un paio di foto di routine.
La gente vuole sapere, vuole conoscere la vita delle persone, magari se potessimo avere qualche foto inedita dell’epoca dell’attentato, sarebbe magnifico…le aveva detto Paolo, il suo direttore, la sera prima preparando l’intervista.
«Prego entri, entri».
La fece accomodare nel salottino attiguo all’ufficio e le sedette di lato affondando in una delle due poltrone di velluto color miele; i suoi erano modi gentili, sembravano d’altri tempi pensò Armanda. Le offrì il caffè che sorseggiarono in silenzio poi la donna, riposta la tazzina sul tavolino, lentamente poggiò la schiena alla poltrona, allungò le gambe e stette in silenzio ad aspettare.
«Beh, eccoci qua…» fece Armanda e, cercando di sciogliere l’imbarazzo inspiegabilmente sceso nella stanza, tirò fuori dalla cartella alcuni fogli e incominciò a leggere sommariamente:
«Dunque, ho qui la sua scheda, i suoi dati: Rosamaria Cecere, quarant’anni, è di Messina…» Continuò a scorrer le notizie appuntate velocemente scegliendo i tempi per la sua prima domanda.
«In prima linea… vive sotto scorta, no?»
Non aspettò conferma, continuò a leggere poi d’un tratto alzò lo sguardo incontrando quello remoto della donna affondata nella sua poltrona e le chiese a bruciapelo:
«Com’è che una come lei, che poteva starsene tranquilla, vivere una bella vita, ha fatto le scelte che ha fatto? Perché?»
Si aspettava una qualche reazione a quella domanda brutale, buttata lì, forse anche un po’ sgarbata e invece la donna senza distogliere lo sguardo, di rimando le chiese:
«Qual è la risposta esatta?»
«In che senso, scusi?» fece interdetta, preoccupata di aver sbagliato i tempi di entrata, cercò di riparare alla mala grazia di qualche istante prima, aggiungendo:
«Io conosco la sua storia, voglio dire quella che ho letto dai giornali, si sa quasi tutto di lei, di suo padre, dell’attentato…insomma non è il caso di fare l’elenco ma sarebbe interessante conoscere come questo impegno sia nato, com’è riuscita a conciliare l’essere donna con l’essere imprenditore, scendere in campo contro la mafia e a difesa delle donne, è una cosa importante, è diventata un punto di riferimento sa? Per me un modello…»
«Un modello? Ma che dice?» Scosse la testa sorridendole con dolcezza «Le assicuro non sa quel che dice».
«Io invece credo di sapere, la sua storia parla per lei ma quello che io vorrei fare oggi è scavare dentro, vorrei se possibile andare oltre il personaggio, vorrei dargli spessore facendo venir fuori la donna, i suoi sogni, le sue paure…vorrei dare un’anima al mito ecco, non so se mi spiego?» provò a chiarire quei pensieri che la tartassavano da giorni.
«Mito? Metafora a uso della collettività!? Qualcosa del genere…ma allora ha proprio sbagliato, ha puntato su un cavallo sbagliato! Se volessi rispondere alle sue domande le crollerebbe il mito, ragazza mia!»
La bocca si atteggiò al riso, un riso amaro che sapeva di stentato. Si alzò, si accese una sigaretta e, dopo aver tirato una lunga boccata, ribadì con voce opaca:
«Ma quale mito? Quale modello?»
Armanda l’ascoltava attentissima. Quella donna la catturava ogni minuto di più e, senza saperne la ragione, cresceva in lei un coinvolgimento che non sapeva spiegare. Se ne stava impalata al balcone, accanto alla tenda come se stesse osservando giù in strada il passaggio delle auto dirette in piazza Cairoli, fumava in silenzio e sembrava essersi dimenticata di lei e dell’intervista. Tossì leggermente, niente, non ottenne alcun risultato, tirò fuori dalla cartella il registratore e lo pose sul tavolino.
«Riponga quell’affare» fece quella senza muoversi dal balcone «stia a sentire, le racconto una storia. No, non s’illuda troppo presto. Non le concedo l’intervista, non mi interessa, le voglio raccontare una storia, non l’ho mai fatto prima…»
Si fermò, tirò ancora una boccata e lentamente lasciò che il fumo uscisse scrutando con attenzione le sue curve e forme in continua trasformazione come inseguendole, d’un tratto si girò.
«Perché lo faccio ora? Per due motivi, credo…uno di natura per così dire emotiva, perché lei mi ricorda una persona a me molto cara…» Si fermò di nuovo, sembrava che le parole costassero fatica, guardò ancora fuori dal balcone poi riprese con ostinata determinazione:
«…L’altro, razionale. È che non voglio commettere lo stesso errore di chi scelse il silenzio credendo che esso possa ammantare la vita e preservarne la bellezza o proteggerne l’integrità. Non è così, non è mai così. Mi spiace non è una gran storia, credo che alla fine ne rimarrà delusa, constaterà quanto errata sia la sua visione, è una storia stramma: una storia che principia in un modo e si conchiude in un altro. Non si aspetti esempi o modelli. Una cosa l’ha vista bene lei: la mafia, l’attentato, la scorta e tutto il resto viene dopo, solo dopo. Lei vuole sapere quello che c’era prima, non è vero? Lei vuole dare un’anima al mito, ha detto…a qualsiasi costo? Anche se quest’anima non è candida né virtuosa né coraggiosa? Anche se significa scendere ‘nto funno du pozzo?»
Si voltò di nuovo a guardarla negli occhi. Si avvicinò con passi pesanti e tornò a sedersi in quella poltrona troppo grande accanto al divano.
«…E io gliela racconto, ma è una storia vera, non è fatta per essere sputtanata su qualche giornale per aumentarne la ti-ratura, merita rispetto e riserbo. Non per me. Ho imparato a fa-re a meno dell’approvazione altrui ma per le altre persone coinvolte e che non possono decidere. Gliela racconto senza pudore, senza falsi moralismi o peggio giustificazioni o inse-gnamenti…forse ho solo bisogno di colmare un irrisolto trava-glio emotivo. Sì, gliela racconto ma vedrà che rimarrà delusa, è una storia mediocre, non si aspetti grandi cose né coerenza, non ci troverà niente di tutto questo. E men che mai miti. I mi-ti non esistono se non come aspirazione a essere. Invece siamo solo persone».

“Una storia stramma. Principia in un modo e si conchiude in un altro” Questo è ciò che afferma la protagonista Rosamaria Cecere prima ancora che la giornalista Armanda Consilii possa prendere appunti per la sua prima intervista importante. Infatti, questa storia strana potrebbe definirsi per metà romanzo di formazione e per un altro verso narrativa di testimonianza. Rosamaria è una giovane donna alla ricerca di una sua identità, non sa ancora bene chi è, come e dove collocarsi nel mondo, quali siano i desideri profondi a cui dare ascolto e le paure di cui liberarsi. Sembra preda dei capricci di Ermes, gli incroci che le si parano innanzi inizialmente le appaiono un oscuro ginepraio e gli ostacoli insormontabili, la sua è una ricerca lenta e faticosa che sembri incrociare “i non luoghi” senza attraversarli, senza riconoscerne il senso. Proprio quando sembra diradarsi la nebbia in cui si dibatte, tutto si capovolge, la tragedia travolge la sua esistenza e, sopraffatta dai sensi di colpa, scopre di possedere sepolta nel fondo una forza ancestrale che indomita la condurrà lungo la strada della lotta ma nello stesso tempo lascerà materializzarsi quell’anima nera che si nasconde nel fondo del pozzo che la tormenterà per il resto della sua vita. Il titolo dice molto di questo romanzo: è un termine dialettale siciliano, ha origini greche, deriva da καθά ἡμέρα che significa giorno per giorno ed è la frase che la vecchia governante, al culmen della tensione narrativa, pronuncia indicando a Rosamaria la strada, l’unica possibile da percorrere secondo la saggezza popolare, quella dell’accettazione del dolore come “concime di crescita” poiché la sofferenza fortifica e attraverso di essa l’uomo, proprio come nella vita di una giovane pianta, si trasforma in albero dalle radici profonde.
In definitiva è la storia di una donna nella sua dimensione privata e nello stesso tempo di una vicenda pubblica, di uno spietato confronto tra la persona e il suo personaggio e le due dimensioni si dispiegano lungo un asse diacronico del prima e del dopo e un asse dialogico dei nessi ontologici e dell’ermeneutica dell’essere. Una dualità le cui anime si dibattono tra sete di giustizia e sete di vendetta, spesso si confondono senza però riuscire a donare pace, una dualità che lascia emergere un personaggio profondamente umano con le sue contraddizioni e le sue fragilità ma anche capace di affrontare i dirupi scoscesi che la vita para innanzi.